Cappel montà. (Foto Gabriele Bertoni)
Nelle società complesse vengono generalmente definite danze folkloristiche quelle tramandate di generazione in generazione, eseguite dai membri di una comunità, spesso traggono origine da culture contadine. Da un punto di vista teorico, è possibile suddividere i balli in due categorie: quelli considerati parte integrante della cultura che li esprime e quelli la cui esecuzione è ormai estranea al contesto che li ha originati, la partecipazione è aperta a tutti i membri della comunità, anche se in alcuni casi, possono esistere limiti stabiliti dall’età, dal sesso, dalla padronanza delle tecniche e anche dallo stato sociale.
Esistono danze per la celebrazione di eventi ciclici quali l’avvento delle stagioni, le fasi lunari, l’epoca del raccolto, ecc. Dato che il ballo implica la partecipazione di molte persone, i movimenti sono generalmente semplici costruiti in schemi brevi ripetuti molte volte e coinvolgono solitamente tutto il corpo; generalmente, uomini e donne si muovono in modo diverso: i primi eseguono passi ampi e salti spettacolari, mentre le donne danzano con movimenti più aggraziati e con passi e salti più misurati.
La distribuzione dei ballerini e i loro spostamenti nello spazio variano a seconda delle danze; spesso le figure geometriche realizzate nel ballo hanno, in origine, un significato simbolico; tra tutte le figure, la più diffusa probabilmente è quella del cerchio: questo rappresenta l’unione tra i danzatori e deriva dalla raffigurazione simbolica del sole e della luna. Nelle vallate di Zeri, i balli che tradizionalmente fanno parte della storia popolare sono tre: la PIVA, la GIGA e la QUADRIGLIA.
Tratto da una ricerca del Circolo “Acli-Don Adriano” di Rossano e da “Zerinsieme”.







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