I MULINI DI ZERI.

foto di Alesssandro Iacchellini ed Elena Aromando.

Quando nel medioevo i mulini erano la fabbrica della vita in Lunigiana se ne contavano circa 300. Secondo un censimento dei mulini del 1995 nel territorio zerasco è stata riscontrata la presenza di 47 impianti (30 rilevati anche allo stato di rudere e 17 registrati sulle carte, ma non più esistenti). Andando indietro nel tempo un estimo del 1508 indica la presenza di 12 mulini, in epoca napoleonica (1800) se ne contano 45, meno di cent’anni dopo (1887) le carte ne rilevano almeno 36. Nell’antico documento cinquecentesco sono riportate notizie sui mulini che in quel tempo erano attivi nel territorio di Zeri.

I dati sono molto interessanti e offrono anche indicazioni sul numero delle famiglie e degli animali. In Lunigiana la più antica notizia sui mulini risale al X° secolo, nel diploma di conferma dei privilegi feudali fatta da Ottone I ad Adalberto, Vescovo di Luni. Nel XV secolo erano diffuse in Lunigiana le colture dei cereali (frumento, segale, miglio, orzo), ma la coltura predominante era il castagneto e la farina ricavata dalle castagne era l’alimento basilare della popolazione che abitava nelle campagne e nei territori montani. Gli impianti dei mulini ad acqua erano a ruota orizzontale e si adattavano al tipo di organizzazione agricola, di modeste proporzioni, legate al fabbisogno familiare. In questo tipo di mulino a ruota orizzontale, veniva azionata una sola macina con mivimento lento. I cereali e le castagne secche venivano trasportate al mulino in piccoli sacchi. Il mugnaio provvedeva alla pesatura con le misure tradizionali in uso nel territorio.

A Zeri le misure erano: il quartaro (22,021) il mezzo quartaro e la quaretta (1,8351). Il periodo di maggior attività dei mulini coincideva con la lavorazione delle castagne da novembre sino a oltre febbraio. In genere ogni mulino macinava circa 20 chili di prodotto all’ora, ma per le castagne il tempo di molitura era superiore rispetto a quello dei cereali. Il mugnaio tratteneva, secondo l’uso del luogo, come paga, una quantità di prodotto macinato: la “moldura”, misurata con un piccolo contenitore chiamato cappello. Successivamente entrarono in vigore le tariffe fisse di macinazione in proporzione al macinato.

Tratto dalla piccola guida “Zeri, antico crocevia montano” di Natalino Benacci. Edizioni: Città del Mondo. 

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