SULLE TRACCE PREISTORICHE DEL MONTE BURELLO.

Ivo Coduri (a destra) e Walter Valenti, sul sito preistorico, autori del servizio fotografico.

Il Burello, che si erge tra i corsi d’acqua Gordana e Mezzema, per la prima volta fu posto all’attenzione dei cultori di storia regionale da Manfredo Giuliani, che, da attento osservatore di ogni manifestazione che riguardasse la “sua” popolazione lunigianese, seppe ben cogliere tutto il valore demo-psicologico d’una fosca leggenda pastorale, che a prima vista appare solamente “edificante”, pur nei suoi elementi tremendamente monitori. La leggenda – ormai piuttosto nota – narra di una pastorella negligente e blasfema, che inviata dalla madre alla ricerca d’un capretto (o montoncello) da essa smarrito, credette d’averlo ritrovato e tentò, con violenze e bestemmie, di ricondurlo all’ovile; ma l’animale – improvvisamente rivelatosi diavolo – la scagliò da una rupe, ne raccolse il sangue in una scodella e ne arrostì i resti in un forno rupestre. Rupe, forno e scodelle che ancora si additano, o almeno si additavano, ai bimbi di Torano a ricordo ed ammonimento di una terribile vicenda frutto della disobbedienza e della bestemmia. In quell’articolo Giuliani, evidentemente tutto assorbito dall’aspetto folklorico della leggenda, non dedica particolare attenzione a rupe, forno e scodelle litiche. Il medesimo autore riprendendo l’argomento molti anni dopo – e questa volta per indicare una relazione tra quel monte ed il preistorico culto delle vette – definisce significativamente “coppella” la scodella che la leggenda vuole fosse colmata dal sangue della fanciulla. Nella conclusione, lo studioso adombra potersi trattare del tenue ricordo di un culto degradato del lucus ed auspica che apposite ricerche, non già meramente geologiche sibbene archeologiche, vengano condotte in quella zona, per altri versi già così indicativa di remotissimi insediamenti preromani.

La consistenza di quel complesso litico, prima che il degrado del bosco ormai abbandonato e le possibili incursioni di troppo zelanti neofiti abbiano a modificarne, se non a cancellarne, l’aspetto, merita d’essere meglio fissata. Il monte Burello è caratterizzato da due vicine vette, separate da una modesta sella. La più settentrionale (che pur essendo di pochi metri meno alta dell’altra – m. 1084 contro 1102 – è nondimeno la più impervia e scoscesa) è quella che conserva le cavità. La zona, ormai in prossimità della cima, è segnata sulla mappa (I.G.M. 1:25000, F. 84, NQ, Pontremoli) come “Formia” ma si tratta di una delle consuete deformazioni prodotte dalla volontà di italianizzare le forme locali. In realtà è detta anfarnia, forse dalla denominazione dell’essenza di quercie che un tempo doveva ricoprirla. Leggende di apparizioni e curiose manifestazioni l’hanno sempre caratterizzata. Subito si impone all’attenzione una rupestre Maestà, fatta erigere nel 1918 dall’allora proprietario del bosco allo scopo di scongiurare le infestazioni sovrannaturali narrategli dai pastori che lo frequentavano. Il bassorilievo, di fattura ottocentesca, è murato in una grossa stele d’arenaria ricavata dalla pietra locale issata suggestivamente sopra un’alta roccia. Ma le cavità interessate alla nostra leggenda sono più in alto ancora, ove le rocce affiorano quasi dappertutto ed ove al dilavamento pluviale conseguono curiosi ed instabili complessi di massi – quasi del dolmen – che peraltro debbono considerarsi assolutamente naturali. Parimenti naturali sono le mumerose cavità in parete che, per effetto di agenti meteorici, si possono scorgere qua e là nell’arenaria. Ormai sulla vetta, prospiciente la Gordana che scorre a fondo valle, una rupe verticale appare come tagliata da una cavernetta che si apre a circa un metro e mezzo da terra e che ha forma e dimensioni di un comune forno a legna. Proprio sull’imboccatura di esso si osserva una prima incisione. Trattasi di un segno cruciforme dalle dimensioni di circa undici centimetri. Non è facile affermare se possa trattarsi di un’incisione preistorica dal significato schematicamente antropomorfo o se sia piuttosto il segno di un successivo tentativo di appropriazione cristiana del sito, evidentemente legato a troppi motivi di persistente paganità. Ambedue le interpretazioni troverebbero abbondanti e significativi precedenti. La pietra che conserva le più probanti tracce è poco più a nord e consiste in una grande lastra che affiora dal terreno. Essa è proprio a ridosso di un grosso masso tondeggiante che, in virtù del cennato dilavamento, è ormai quasi sospeso, poggiato soltanto a poche e piccole pietre sottostanti, quasi a formare un abri. Mette conto d’insistere ancora che non è affatto probabile che alcune migliaia d’anni or sono il masso già si presentasse nelle condizioni attuali. Le cavità sono del tutto differenti quanto a forma, dimensioni e superfici dalle centinaia di conchette naturali che costellano il monte, specie nel suo versante meridionale. I segni sono concentrati in un cerchio del diametro di non più di quaranta centimetri. La lastra di macigno è venata di un vago color rossastro, come altre della zona; quella tinta, ancorchè tenue, può aver suggerito l’accostamento all’idea del sangue. I segni sono quattro: una croce greca, una scodella quadrangolare e due coppelle sub-coniche. L’incisione della croce ha sezione a V ed appare ottenuta con strofinamento più che con picchiettature. Le pareti della scodella sono quasi verticali ed in esse si notano segni di martellinatura. Sul fondo manca una larga scaglia di pietra, che sembra essere frutto di gelate. Le due coppelle, assai simili tra loro, sembra siano il risultato d’un corpo fatto ruotare ripetutamente. Attorno alla composizione litica non si notano altri segni nè si sono finora rintracciati reperti d’altra industria preistorica. Sotto al masso sembra vi fosse una specie di selciato (le pietre che lo formavano risultano ora ammassate poco lontano) ma anche questa è un’indicazione che occorre assumere con estrema prudenza. . .

Concludendo. La vetta nord del monte Burello, che per la sua conformazione si presenta – specie a chi lo osservi dalla Gordana – come tipico “monte sacro” (e si danno giorni in cui la cima è interamente avvolta da basse e fosche nubi) conserva specifiche tracce di un culto, di cui le coppelle costituivano elemento centrale. L’assenza di più indicativi reperti non consente per ora di  determinare con maggiore precisione l’epoca di quel culto. Un confronto significativo sembra potersi porre con le coppelle di S. Viano in Garfagnana, ancorchè nel caso del Burello manchi l’elemento liquido. Ma anche in quel caso non si è potuti andare al di là di una generica datazione preistorica. Neppure quanto al significato di questa suggestiva documentazione litica può essere scritto alcunchè di più preciso di quello che sia un generico riferimento cultuale. Se davvero le incisioni cruciformi andassero intese quali estreme schematizzazioni antropomorfe, la loro presenza a lato di cavità coppelliformi – richiamanti la natura femminile – potrebbe suggerire una collocazione di tutto quel complesso ai segni di quell’orizzonte neo-eneolitico caratterizzato da civiltà silvo-pastorali dedite ai culti mediterranei della Grande Madre, celebrati per lo più nell’ambito di manifestazioni megalitiche. Per ora, nulla più che indizi o – ancor meno – soltanto intuizioni personali indurrebbero ad una collocazione cronologica di tal tipo, piuttosto che una più tarda assegnazione alle età dei metalli. Ciò non può bastare. Ora che la presenza umana preistorica sul monte Burello può considerarsi del tutto accertata occorre che venga compiuto un ulteriore passo sulla via della conoscenza; ma è ormai un passo che non può competere e non rientrare tra gli istituzionali compiti della Soprintendenza Archeologica. Alle sicure risultanze di un sistematico scavo nella zona si rinvia per il definitico giudizio di carattere cronologico.

Tratto da “La chiesa di S. Giovanni Battista di Rossano ed i culti preromani nei “Luci”. Autore: Dario Manfredi.

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