Un’analisi della situazione Zerasca a cura dell’Università di Pisa.

 

 

Una proposta di lettura

. . . Abbiamo avviato la nostra trattazione parlando di Zeri come una situazione tipica, di dispersione che, lo abbiamo visto nel corso del capitolo, mostra dissipazione di risorse umane ed economiche. I tempi e i tratti di questo fenomeno hanno pesantemente segnato il paesaggio delle valli – con le ferite inferte ai pendii montani dagli impianti di risalita e delle piste, ma anche delle striscie d’asfalto – e  l’immaginario dei, sempre più rari, residenti che percepiscono questa dispersione come dato escatologico quasi senza ritorno, a cui oppongono, talvolta, pervicacemente le memorie di un tempo recente, ma ormai inesorabilmente perduto.

Ci troviamo, a Zeri, di fronte a una coscienza collettiva, per dirla con il linguaggio di Hegel, infelice che può essere superata solo attraverso un disvelamento collettivo del rapporto di mutua dipendenza tra le aree urbane e quelle rurali e montane. Le affermazioni di principio dei documenti programmatici sono però ben lungi da questo riconoscimento di reciproca interdipendenza. Il cammino è ancora lungo e e necessita di una revisione speculare dei paradigmi di sviluppo per le aree urbane e quelle rurali e montane.

Il mancato riconoscimento reciproco ha lasciato a Zeri segni pesanti. Una volta connesso con il mondo moderno, per il  tramite della strada provinciale, a metà del secolo scorso, Zeri ha cominciato a inseguire le prescrizioni dello sviluppo economico rincorrendo l’aumento del reddito individuale e collettivo. Se da un lato quindi singoli individui e famiglie hanno lasciato la terra natia che dimostrava tutta la sua inadeguatezza rispetto ai nuovi postulati, la comunità locale ha perseguito l’unica strada che sembrava garantire adeguati ricavi: lo sviluppo turistico. . .

Ora, di fronte alle evidenze della storia, si sta attraversando un periodo di confusione che vede sia una ripresa del modello autoctono,  in termini produttivi ma anche turistici ( il riferimento è all’allevamento della pecora e dell’agnello della razza autoctona), sia un tentativio di valorizzare e recuperare il territorio attraverso una colonizzazione democratica che si fonda su competenze e capitali esterni (progetto Borghi Vivi) che pagano però, entrambi, ancora pesanti dazi alla storia precedente. . . .

Occorre allora di ripartire dalla comunità locale, da quel nucleo, per quanto sparuto, di residenti che rimangono pervicacemente attaccati alle proprie radici, per coinvolgerli attivamente nel processo di re-interpretazione del territorio. E’ da questo capitale che bisognerebbe ripartire, essendo ormai chiaro che non è più possibile pensare a modelli di sviluppo eterodiretti, di cui, al contrario, occorre mettere in luce i limiti. . .

Abbiamo visto che i finanziamenti sono pressochè tutti orientati ad aspetti infrastrutturali e produttivi e come non siano previsti interventi specifici in riferimento alla formazione, che, ove previsti, si limitano ad una formazione tecnica, imprenditoriale. . .

I finanziamenti per la formazione potrebbero allora essere indirizzati a favore di azioni rivolte alla riflessività, alla costruzione e ricostruzione delle relazioni e delle identità per traghettarle dall’accezione resistenziale verso quella progettuale. Non si tratta infatti di erigere monumenti quanto piuttosto di consentire ai residenti di tracciare nuovi sentieri che posssano far leva sulle cosidette debolezze per trasformarli in punti di forza. I nostri interlocutori locali ribadiscono un dato di fatto: “a Zeri non ci si capita per caso”. Esso suona come un richiamo ad un target di turista più consapevole e attivo che intenda le vacanze non come un semplice svuotamento dagli impegni quotidiani, quanto un’occasione di riempimento di contenuti altri, da ricercare. In questa dimensione riacquista valore il viaggio come “magnetico potere di andare in qualche luogo”, come percorso interiore ed esteriore verso qualcosa che non è completamente conoscibile a priori, all’interno di una garanzia generale di non-isolamento: la possibilità di riconettersi in qualunque momento grazie alla copertura totale della banda larga.

Capitolo III, “Dispersione, il caso di Zeri, Toscana” scritto da Silvia Cervia

nel libro “Derive territoriali, cronache dalla montagna del disagio” a cura di M. A. Toscano. Casa Editrice “Le Lettere”.

1 Response to “Un’analisi della situazione Zerasca a cura dell’Università di Pisa.”


  1. 1 Anonimo gennaio 30, 2012 alle 10:53 am

    Per amore? Per forza maggiore? Tornare ad abitare in campagna potrebbe essere una delle risposte alla crisi. Affitti a metà prezzo rispetto alla città, meno bisogni indotti, possibilità di sopperire ai beni primari con orto e coltivazioni più estese, allevamento (anche soltanto di qualche gallina).
    Mentre i costi della vita levitano ed in molti casi le entrate rimangono le stesse, quando non diminuiscono per disoccupazione, cassa integrazione, ecc. fare quadrare il bilancio familiare è sempre più un esercizio da atleti.

    blogzeri


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